“Buon Dio, mi sento ringiovanito”, Cat mormorò, sistemandosi i vestiti, in attesa di andare a casa del padre. A migliaia di chilometri di distanza, Giacomo si sentiva lo stesso. Sapeva che lui lo era. Non era necessario che si sentivano tutti i giorni, quei pochi momenti che passavano insieme, erano sessualmente soddisfacenti per entrambi. Sono tre anni che scopano e tutto cominciò quanto lei trovò suo padre ubriaco fuori da una birreria, ed il tempo non ha affievolito la loro voglia. Oggi si sarebbero visti. Lei era eccitatissima all’idea. Si passò una mano tra i capelli e pavoneggiò allo specchio, leccandosi le labbra dopo che si era messa il rossetto. I nuovi orecchini catturavano la luce del mattino in modo perfetto, evocando l’immagine immediata di cerchi in argento che oscillano dolcemente, la sua bocca sembrava non resistere all’idea che di lì a poco avrebbe avuto il suo cazzo preferito tra le labbra. Dopo pranzo, quando cioè la fame è stato saziata, lei lo avrebbe preso più facilmente (aiutata anche dai fumi del vino), cercando il cazzo del padre, aprendo le labbra, tirando fuori la lingua, esplorando la lunghezza dell’uccello, lasciando che la saliva lubrificava bene la sua bocca mentre si crogiolava nel suo desiderio. Ma quello era per dopo. Domani, forse. La distanza aveva i suoi limiti e quello principale era non avere Giacomo quando voleva, come voleva, come spesso come lei voleva. Eccome se lo voleva. Erano passati solo tre mesi dal suo ultimo pompino, ma la sua bocca bruciava ancora di voglia, un incendio sembrava riempirle la figa, al solo pensiero della scopata che tra poche ore l’avrebbe incendiata di passione e raffreddata con schizzi di panna fresca. Avrebbe scopato per ore con suo padre; lei ha 25 anni ed il padre 56, ma era un uomo con una immensa ed infinità virilità e la faceva sentire davvero donna completa. Per un capriccio, ha voluto godere un po’ con le sue palline sadomaso, che custodiva gelosamente all’interno del loro sacchetto di velluto e se le è sbattute una per volta dentro il suo buco del culo, che ogni volta si apriva e si richiudeva quando la pallina era entrata tutta. Sarebbe una sfida tenere le palle tutte dentro. Per non far stringere il culo (al padre piaceva il buchetto già sfondato) non si tolse le palline per tutto il viaggio. Guidava veloce, cercando di ignorare lo sfregamento delle palle di vetro nel suo culo, il che provocava piaceri continui. Ricorda una scopata fatta tempo fa in auto, mentre lei guidava. Era stato Giacomo a tirare fuori il cazzo dai pantaloni, e segarsi il cazzo mentre guidava, mentre la figlia giocava con i suoi capezzoli attraverso il sottile cotone bianco della camicia. Lui era all’aeroporto, appoggiato al muro del bagno, in attesa che lei arrivava e lo salutava con un pompino nei cessi… tanto come aperitivo. “Vieni qui” Cat sussurrò. “Fammi diventare la tua puttanella”. Stava sognando ed un lampo di luce rossa la riportò alla realtà. Cazzo, cos’era?? una luce rossa?!?! Nessun poliziotto in giro, per fortuna. I capezzoli duri sporgenti dalla sua camicia, il dolce profumo di muschio che arrivata dalle sue cosce, direbbero esattamente dove la sua mente era. Dopo un’oretta e mezza era arrivata (sempre nel sogno) all’aereoporto. Ha inciampato attraverso la hall dell’aeroporto, ebbra di lussuria. Sembrava in seria difficoltà a camminare sui tacchi, sottili ed alti almeno 12cm, capelli raccolti in una coda dal tocco francese. Questa volta fu la sveglia a riportarla alla realtà. Con un semplice movimento del pollice, ha messo a tacere la sveglia, urlando perchè aveva interrotto un sogno che poteva durare ancora di più. Ma il sogno si stava trasformando in realtà, poichè dopo una guida alquanto stanca e svogliata, arrivò (davvero) in aeroporto. All’entrata i soliti controlli sui bagagli. Lei fu controllata da una funzionaria donna. “Oro” chiese lei. “Avorio”, rispose. “Increspato con l’oro nero”. Gli occhi della guardia di sicurezza si spalancarono. “Regalo”, ha detto la ragazza. “Passi nel metal detector cosi facciamo il controllo finale, e poi potrà raggiungere il suo aereo”. E con un gesto, era passata attraverso il detector. Con il tempo il suo aereo è atterrato a Boston, gli oggetti dentro il suo culetto, era diventati scomodi, uno straziante e lancinante ricordo di ciò che non c’era. Ritmicamente, lei strinse le ginocchia unite e strinse le palle fino a che tintinnavano, cercando di avere un po’ di soddisfazione mentre saliva sul taxi in attesa. Giacomo era probabilmente in volo adesso. Stava guardando fuori dal finestrino come senore faceva ad ogni volo, immaginando quel momento? Era stordito dalla previsione di labbra così vicino ma che non poteva toccare, in attesa di godere del corpo della figlia, in un amplesso porco e soddisfacente per entrambi. Lei lo avrebbe obbligato ad inginocchiarsi tra le sue gambe e leccare avidamente la sua figa appena rasata. Doveva farla godere con giochi di lingua, dita, un modo di fare pervertito, succhiando il clitoride profondamente nella sua bocca fino a che non rimane eretto, ed esigente. Affondò le unghie nel sedile della cabina, immaginando le migliaia di persone che si erano sedute intrappolati all’interno di questi aggeggi scomodi, ma che era il meno-peggio. Il tassista potrebbe pure guidare senza guardare la scollatura delle sue clienti, rischiando l’incidente. L’hotel era vicino. Non era il più bello, ma a quel prezzo era un affare. Stasera lei avrebbe preso Giacomo per mano per condurlo lungo il suotunnel cavernoso e caldo, e godere l’uno dell’altra, fino a scopare ogni buco caldo ed aperto. Lei vorrebbe prendere il cinturino in pelle, avvolgergliela intorno ai polsi, tirare le mani approssimativamente sopra la sua testa e fissarli alletto, per un po’ di giochi sadomaso. Voleva fargli strappare la camicia aperta, senza preoccuparsi se si sarebbe trovato con iltessuto strappato ed arrotolato. Voleva giocare con i seni nel reggiseno di pizzo bianco, seppellendo il viso nel loro pesante calore, tirando i capezzoli tra i denti mentre lei piagnucolava. Corse nell’albergo, perchè era in ritardo e diede i necessari ordini al responsabile delle reception. “Sì, sì, qualunque cosa,” mormorò l’addetto, prendendo la chiave, fermandosi a chiedere scusa alla coppia di anziani che ha scosso nella sua frenesia di prendere l’ascensore. Aveva bisogno di essere scopata. Subito. Niente di speciale. Basta una veloce spinta con qualche colpo secco di cazzo, ma ora doveva accontentarsi delle palline in culo e un vibratore nella figa, in attesa del padre, che sarebbe arrivato presto. L’ascensore era vecchio e cigolante, gestito da un ancor più vecchio, fattorino. Lei avrebbe potuto prendere le scale, ben più veloci e farsi tutti i nove piani. Il padre era già in camera ed aveva chiuso la porta, per sicurezza. Maledizione – la serratura era bloccata. Riuscii ad entrare. Una mano sulla bocca smorzò il suo grido, anche se il profumo familiare di muschio grigio mescolato con cedro foresta le aveva aggredito il naso. Bruscamente, Giacomo l’ha spinta contro il muro, una mano a stringere la nuca, l’altra a strapparle i pantaloni, scavando con le dita esperte nella fessura del suo culo e la sua farfalla, lottando, ansimando, imprecando, la sua mano ancora dentro la sua biancheria intima. “Vedo che mi stavi aspettando”, sussurrò in un orecchio. “Non so se dovrei punirti o fottiti”. “Scopami, scopami, scopami,” pregò, conn quel misto squisito di necessità e di frustrazione che l’ha sempre fatto eccitare. “Con piacere,” ringhiò. “Benvenuto nella mia umile… fichetta”.

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