Un campeggio da non dimenticare – capitolo 1

Che ci crediate o no, questo è il racconto di come io, la scorsa estate, abbia perso la verginità e realizzato quello che per molti è solo un sogno erotico. Chiamatemi Francesco, non è il mio vero nome perché alla mia privacy ci tengo abbastanza e non voglio dare troppi riferimenti. Ho diciotto anni, questo sì che è vero, sono moro con gli occhi nocciola, un ragazzetto come tanti. Il mio fisico non è esageratamente tonico e tra le gambe non sono né da guinness dei primati, né scarso. La mercanzia non mi ha mai fatto vergognare sotto la doccia in palestra, quelle volte saltuarie che la frequento.

Sono partito con i miei il 5 di luglio: classica diaspora dal centro verso il sud con la macchina carica di bagagli. Avrei francamente evitato viste le premesse: un mese in un campeggio sperduto del litorale calabrese, in un posto con scogli e sabbia e una pineta abbastanza fresca ma sempre piena di famiglie e bambini rompiscatole che non ti lasciano chiudere occhio.
Poco da fare per uno della mia età, specie perché avremmo alloggiato in un bungalow microscopico e rovente. Tuttavia non potei dire di no, tanto valeva quindi mettersi l’anima in pace e sorbirsi il viaggio della speranza verso il mare con le cuffiette e la musica.

Sedici ore, SEDICI, con tanto di due code per incidenti a poca distanza l’una dall’altra: roba da farti passare la voglia di vivere; alla fine però arrivammo a destinazione. Mezzanotte in punto davanti al cancello del campeggio e per fortuna che mio padre conosceva il proprietario da parecchio tempo e lo aveva avvisato che avremmo fatto tardissimo, altrimenti ci sarebbe toccato aspettare fino l’indomani in macchina.

Ero stanco morto ma non fu grama come avevo preventivato e il mio umore era abbastanza buono. Arrivati al bungalow mi accorsi che in quello di fianco al nostro alloggiava una signora, sulla cinquantina abbondante ma molto ben tenuta, che con la sigaretta accesa mentre era intenta a chiacchierare seduta nella verandina con quella che sembrava essere un’amica della sua stessa età. Ci salutarono con un cenno ed io per caso incrociai il suo sguardo. Fu strano, lo ricordo ancora. Forse perché ero a torso nudo per via del caldo però fu come essere istantaneamente squadrati, quasi presi di mira, come una preda con il cacciatore. La stessa sensazione di un coniglio che bruca tranquillo ed in qualche modo sente il pericolo da dietro una siepe lontana. Fu una percezione, durò forse un istante… E poi…

Ora voi starete già pensando: eccolo che spara la cazzata! Dopo sedici ore di macchina avrebbe potuto vedere anche la Madonna discesa dal cielo e crederci senza battere ciglio.
Beh! Che ci crediate o no, lo ho istintivamente sorriso. Non so perché, forse il mio cervello era in pappa, forse stavo immaginando cose, però le sorrisi. Sorrisi ad entrambe le donne in realtà ed entrai dentro con alcuni dei bagagli.

Non ci volle molto prima di buttarmi felice tra le braccia di Morfeo, reclamato dal giusto sonno di cui sono meritevoli coloro che si son scartavetrati i maroni in viaggio per una giornata intera.

La mattina bussò prima di quanto avessi potuto desiderare, le ore notturne erano volate ed io mi dovetti alzare controvoglia, scontroso verso il mondo. Il posto lo conoscevo, andammo tutti e tre a fare colazione. I miei sembravano due fringuelli allegri mentre io mi trascinavo a fatica il cornetto fino alla bocca. Pian piano riuscii a capire appieno cosa stesse accadendo e a realizzare dove mi trovassi.

Il tempo volò via e la mattina finì prima che me ne potessi davvero rendere conto. I miei vollero andare al mare di pomeriggio, io rimasi a passeggiare per la pineta nel tratto vicino al mio bungalow. Non potevo dire di star male, dopotutto si trattava pur sempre di vacanza, però eravamo al primo giorno e già avevo iniziato a rompermi le scatole.
Decisi di tornare verso il mio alloggio, magari avrei potuto spararmi una sega in pace vista l’assenza dei miei e liberarmi dopo quasi tre giorni (che non sono pochi, ve lo assicuro, per uno della mia età). Fu allora, mentre stavo per aprire la porta, che sentii una voce chiamarmi.

“Ragazzo, ragazzo!”

Una voce femminile, non giovane, tuttavia suadente. Mi girai ed era lei: la vicina.

“Ciao, scusa se ti disturbo ma ho un problema, non riesco ad aprire la chiusura di una valigia. Puoi aiutarmi?”

Non si era manco presentata e già mi chiedeva aiuto… Rimasi un attimo interdetto sul da farsi, squadrandola per qualche istante mi accorsi che era in costume e pareo. Un pudico pezzo unico, scuro e avvolgente ma aggraziato non di meno. Un corpo non male vista l’età.

“Sì, certo!”, le risposi, “Arrivo subito”.

Mi sorrise e ciabattai dietro di lei quei pochi metri che ci separavano. Le sue linee non erano male, pensai, tuttavia ero quasi sicuro che avesse qualche anno in più di mia madre. Arrivammo nella minuscola camera della donna e sul letto matrimoniale c’era una valigia delle dimensioni tipiche di un bagaglio a mano, rigida, con quella che sembrava essere una chiusura bloccata. In realtà era solo la molla: non era scattata a dovere. Ci misi un istante a rimetterla in posizione e ad aprire il tutto.

“Oddio grazie, ogni tanto lo fa ed in genere riesco da sola a sbloccarla ma stavolta sembrava non ci fosse verso! Grazie mille, sei stato gentilissimo”

“Prego, figurati”, le risposi tendendo la mano e sorridendole “tanto vale presentarsi, sono Francesco”.

Mi sorrise mostrando dei bei denti, bianchi nonostante fosse una fumatrice.

“Piacere mio, Patrizia! Dovrei vergognarmi, mi sarei dovuta presentare prima io. I tuoi ti hanno insegnato bene, sei un ragazzetto educato”.
Rimanemmo un attimo in silenzio, lei mi guardò dritto negli occhi. La situazione si era fatta stranamente imbarazzante.

“Se posso chiederti, quanti anni hai?”, mi chiese avvicinandosi appena e sfiorandomi l’addome col dorso della mano.

Rimasi pietrificato… non avevo minimamente pensato ad una roba del genere. Ero a torso nudo, l’unica cosa che avevo addosso erano i pantaloncini del costume e i miei sandali. Non mi era mai capitato che una donna, una signora, si avvicinasse così a me con quello scopo. A dire il vero non mi era capitato nulla di nemmeno paragonabile… Ero ancora vergine e sebbene mi costasse ammetterlo, ero uno degli ultimi della mia classe.

“Di-diciotto”, balbettai sorridendo e portando la mano dove lei mi aveva poco prima sfiorato.

“Sei grandicello allora, benissimo, pensavo fossi uno sbarbatello appena uscito dalle scuole medie… invece sei un uomo”

E alla parola uomo mi era ormai addosso e senza che me ne accorgessi e potessi minimamente reagire, con la stessa mano con cui mi aveva sfiorato, mi prese il pacco con forza, sentii le sue dita a coppa sotto i testicoli.

Sussultai e feci per tirarmi indietro. O meglio, così volevo… La realtà fu che rimasi fermo lì, immobile. Con quella sconosciuta di sicuro più vecchia di mia madre, che mi stava tastando il cazzo e le palle. Ero un po’ più alto di lei, non di molto, sono 1 e 75, lei dieci centimetri in meno all’incirca.

Fece per baciarmi e non le resistetti. La sua casa calda lingua mi scivolò in bocca…e da lì in avanti non capii davvero più nulla. La situazione mi stava facendo eccitare come mai mi era accaduto prima. Diventai duro all’istante e lei, sciolto il bacio, sogghignò e disse.

“Sei bravo a scopare ragazzo?”

Volevo annuire ma rimasi fermo, guardandola in viso. “Non dirmi che sei vergine? Oh!”, riprese lei. Non ero ero evidentemente il primo giovane al quale regalava l’amore.

“Vuoi che ti faccia diventare un uomo?”, mi chiese in tono suadente, aspettandosi già la mia risposta. Deglutii e lentamente le feci cenno con il capo: sì.

Mi buttù a letto dopo avermi afferrato per i fianchi. Era forte, era lei in comando ed io le lasciai completamente le redini del gioco. Il mio cazzo svettava già libero, il mio costume era sparito grazie ai suoi rapidi gesti e lei si stava privando del suo. I suoi seni erano grandi ma non esageratamente cadenti. Aveva dei capezzoli enormi. Quando si scoprì la fica rimasi a guardarla, come un critico d’arte ammutolisce di fronte ad un capolavoro, io rimasi ipnotizzato da quella fessura. Era la prima donna che vedevo nuda dal vivo, la prima donna con la quale avrei fatto sesso.

Stavo piano piano iniziando a realizzare cosa stava per accadere. Lei si sistemò a cavalcioni con le gambe a lato dei miei fianchi. Era sopra di me e si abbassò fino a baciarmi, strofinando le sue tette sul mio petto. Le lasciò passare lentamente, leccandomi il collo e poi scendendo con la sua bocca vorace su uno dei miei capezzoli. La fissai e lei, guardandomi prima negli occhi, lo morse delicatamente: fu una sensazione che non avevo mai provato. Un piacere a me ignoto e così forte che mi fece quasi annebbiare la vista. Un gemito profondo ed un sussulto partirono dal mio corpo… Ero venuto senza neanche penetrarla. Avevo sborrato tutto tra le sue gambe e sulla mia pancia.

“Oddio”, disse lei allegra e scoppiando a ridere “beh, questa è una cosa che senza dubbio non mi aspettavo”. Ero mortificato. Anche senza vedere il mio volto sapevo di essere sbiancato istantaneamente per la vergogna. E lei era lì che ridacchiava toccandosi tra le gambe e toccando con le dita il mio seme ormai sparso.

Feci per tirarmi su e lei mi spinse di nuovo sul materasso.

“Dove pensi di andare”, mi sussurrò con dolcezza avvicinandosi al mio viso, “abbiamo appena cominciato”.

E se volete sapere il resto vi tocca aspettare il prossimo capitolo! Ho da studiare io!